mercoledì, 23 luglio 2008
Ci sono album che, se ascoltati con attenzione, ti portano ben oltre i confini delle sette note, e il concept album, proprio per la sua connotazione di narrazione omogenea, ben si presta a excursus filosofici (come il già citato Zarathustra del Museo Rosenbach) oppure a dissertazioni sociali (come Thick as a Brick dei Jethro Tull oppure The wall dei Pink Floyd).

Nel mondo del metal si attinge spesso ai temi epici (dal greco epos, che significa parola, e che per estensione stava ad indicare la poesia recitata - in contrapposizione rispetto alla poesia cantata, che si chiamava melos -, il cui contenuto erano le gesta eroiche, storiche o leggendarie, dei personaggi più importanti di un popolazione, e che venivano trasmesse di cantore in cantore per conservarne la memoria).

tunes of warTunes of war, album del 1996 dei tedeschi Grave Digger, è un esempio inequivocabile di come attingendo a fonti storiche e contestualizzando musicalmente fatti e personaggi si possa creare un lavoro di alto contenuto, sia per quanto riguarda i testi sia per quanto riguarda le musiche.

Tale album, primo di una triade di estrazione storico-leggendaria (che comprende, oltre a Tunes of War, i successivi Knights of the Cross - ispirato al mondo dei templari - ed Excalibur - basato sulla saga di Re Artù) racconta della lotta scozzese per l'indipendenza dall'Inghilterra, in un excursus cronologico che parte dall'undicesimo secolo per arrivare alle rivolte giacobite del Settecento.

L'album si apre con The Brave, un brano creato sfruttando il tema musicale per cornamuse di Alba an Aigh (conosciuto anche con il nome di Scotland the Brave), inno della Reale Fanteria Scozzese (ed erroneamente conosciuto come inno nazionale scozzese, sebbene la Scozia non ne possieda uno ma utilizzi tre diversi brani tradizionali a seconda delle occasioni ufficiali) ed inserendo gradualmente batteria, basso e chitarra. L'introduzione degli strumenti è un espediente che permette di passare direttamente al primo cantato, Scotland United.

Malcolm_II_of_ScotlandIl brano, che si apre con un incalzante riff di chitarra che funge da traino per tutto il pezzo, parla della vittoria di Máel Coluim (nel brano indicano con il nome anglicizzato di Malcom) - re di Scozia dal 1005 al 1034 (illustrazione a sinistra) - nella battaglia di Carham, che fu combattuta nel 1018 dal Regno di Scozia (che comprendeva allora la parte nordorientale dell'attuale Scozia e si estendeva fino al fiume Firth of Forth) contro il regno di Northumbria, che occupava la parte meridionale della Scozia estendendosi fino alle rive del fiume Tweed (che ancora oggi è linea di demarcazione tra Scozia e Inghilterra).

Il riferimento alla battaglia di Carham è svelato soltanto nell'ultima strofa del brano ("It's the year 1018 march for your country to the battle of Carham we will spell history), ma il primo accenno si trova nella seconda strofa, che inizia con "Conquer Lothian to the river Forth". Lothian era una delle contee che formavano il Regno di Northumbria, ed era quella geograficamente confinante con il Regno di Scozia.

Piccola curiosità: il fiume Firth of Forth è utilizzato anche in Selling England by the pound, storico album dei Genesis del 1973, per formare in un gioco di parole il titolo di uno dei brani più suggestivi dell'album, Firth of fifth (ma dei Genesis parleremo un'altra volta).

Con il terzo brano, The Dark of the sun, passiamo al tredicesimo secolo e alla guerra tra la Norvegia di Hakon il Vecchio e la Scozia di Alessandro III per il controllo delle isole Ebridi ("Hakon tries to steal Scottish right, Norwegian soldiers on our land, steal our Islands, we must defend"). La battaglia a cui fa riferimento il brano è la battaglia di Largs (1263), erroneamente considerata una vittoria per la Scozia ma che, in realtà, non portò ad alcun esito decisivo (la guerra per le Ebridi si concluse solo 3 anni dopo con il trattato di Perth).

Il testo sembra sostenere il "falso storico" della battaglia in questione ("Their number's too great, we can't win"): in realtà la battaglia di Largs fu un attacco di sorpresa della fanteria scozzese, che attaccò alcune navi norvegesi che si erano viste costrette ad attraccare a causa di una violenta tempesta ("l'oscurità del sole" a cui il titolo del brano fa riferimento) e quindi non preparate per la battaglia.

William_WallaceIl quarto brano, William Wallace, introduce una delle figure più leggendarie della guerra di indipendenza scozzese, Sir William Wallace, appunto, (1270 - 1305), più noto con il nome di Braveheart (illustrazione a destra).

La figura di William Wallace è in parte avvolta nel mistero: si sa ben poco della sua giovinezza, soltanto che discendeva da una famiglia di possidenti terrieri e che gli fu impartita un'istruzione di alto livello grazie alla presenza in famiglia di alcuni prelati. Ciò nonostante, Braveheart è tratteggiato, nelle canzoni di gesta che lo riguardano, come uomo del popolo che si erge a difesa della propria terra e dei suoi simili.

William Wallace iniziò la sua carriera di condottiero nel 1297, l'anno successivo alla caduta della Scozia sotto il dominio inglese di Edoardo I d'Inghilterra. Le sue prime vittorie risalgono alle battaglie di Ayr e Scone, ma la battaglia che più gli portò gloria fu quella di Stirling (sempre nel 1297). Nonostante l'inferiorità numerica delle truppe scozzesi, Wallace riuscì a disperdere le truppe inglesi grazie ad uno stratagemma simile a quello concepito da Leonida nella battaglia delle Termopili: ordinò, infatti, di attendere le truppe inglesi all'imbocco di Stirling Bridge, un ponte molto stretto che poteva essere attraversato in contemporanea soltanto da un numero molto esiguo di soldati. In questo modo gli inglesi che attraversavano il ponte vennero affrontati in piccoli manipoli, finendo inevitabilmente trucidati.

La sconfitta delle truppe inglesi fu anche determinata dal crollo del ponte, con conseguente annegamento di molti soldati inglesi, e dispersione delle truppe rimanenti. Una parte degli scozzesi aveva, inoltre, guadato il fiume più a monte, completando in questo modo una manovra di accerchiamento che portò gli inglesi ad essere spinti verso il fiume.

In perfetto accordo con la doppia natura (storico-leggendaria) del personaggio trattato, il brano si divide tra la struttura poderosa delle strofe (il cui testo fa riferimento al leggendario cuore impavido del personaggio) e il refrain dai tratti lievi, le cui parole riportano invece all'umanità del personaggio pubblico, che in privato si lascia andare alle paura di morire e agli altri fantasmi della mente. Interessante l'ampio strumentale che divide il brano, in cui ritroviamo l'eco delle cornamuse e dei canti di battaglia tradizionali scozzesi.

Robert_the_Bruce3[1]Il brano seguente, The Bruce (The Lion King), introduce la figura di Roberto I di Scozia, conosciuto come Robert The Bruce (illustrazione a sinistra). The Bruce fu nominato Guardiano di Scozia da William Wallace nel 1298, quando lasciò la carica dopo la sconfitta durante la battaglia di Falkirk. Dopo aver sostenuto i successivi attacchi dei soldati di Edoardo I senza però riportare vittorie decisive, The Bruce nel 1301 stipulò con il re inglese una tregua di nove mesi, e successivamente si assogettò all'invasore.

Quando nel 1305 Edoardo I riuscì nel suo intento di ottenere il controllo della Scozia intera (tutti i Guardiani si erano ormai sottomessi al potere inglese, tranne William Wallace, che fu catturato a seguito del tradimento di uno dei reggenti e giustiziato il 23 Agosto 1305) affidò a Robert Bruce il castello di Kildrummy e la reggenza della Scozia, nel tentativo di guadagnarsi la lealtà del Conte. The Bruce, allora, portò avanti la propria battaglia per il riconoscimento del suo diritto al trono scozzese, e nel 1306 guadagnò il titolo di re di Scozia grazie ad una congiura ordita contro l'altro pretendente al trono, John Comyn.

Ottenuta la corona, The Bruce ruppe il sodalizio con Edoardo I d'Inghilterra iniziando una guerra di posizionamento che si protrasse senza vittorie decisive fino all'anno successivo, quando Edoardo I morì lasciando il trono inglese nelle mani del figlio, Edoardo II. Il nuovo re, giovane e non esperto della strategia militare, si rivelò un avversario meno temibile del padre, così Robert Bruce iniziò a mettere a segno una serie di vittorie, culminanti nella battaglia di Bannockburn (citata anche nel brano: "The Battle of Bannockburn, a lesson they did learn"), che riportarono la Scozia all'indipendenza. Per questo motivo, e nonostante la precedente alleanza con il regnante inglese, Robert Bruce è conosciuto come uno dei più valorosi re di Scozia. Il brano dei Grave Digger coglie molto bene il lato fiero e valoroso di Robert Bruce (glissando elegantemente sugli episodi meno nobili del suo regno), e circonda l'aura di valore del re con un ritmo marziale e incalzante, carico di epos.

La sesta traccia, The battle of Flodden, racconta una delle pagine più sanguinose della guerra anglo scozzese (la battaglia di Flodden, appunto, del 1513). L'esercito scozzese, guidato da Giacomo IV (1473-1513), tentò di invadere la contea inglese di Northumberland, ma a causa della scarsa tattica militare del re scozzese la battaglia finì con un bagno di sangue (si calcola che siano morti circa 12.000 soldati scozzesi) e con la morte dello stesso Giacomo IV.

La battaglia di Flodden è stata spesso considerata da un punto di vista militare come un atto di irresponsabilità da parte di Giacomo IV (sebbene debba essere contestualizzata all'interno di una situazione politica e sociale ancora fortemente instabile, in cui giocavano un ruolo determinante le frange più estreme dell'indipendentismo scozzese, che esigevano dalla corona un chiaro posizionamento di opposizione nei confronti della corona inglese).

Il brano ricalca molto bene l'atmosfera concitata della battaglia (soprattutto nel refrain e nella parte strumentale), e il testo è narrato in prima persona da un soldato, che si accommiata dal suo amore prima della battaglia sottolineando, ancora una volta, come quando la patria chiami (qui identificata con la figura del Re) il patriota debba rispondere senza esitazione. Ottima l'alternanza di tonalità del cantato, che passa dal falsetto ad accenni di screaming accompagnando il testo.

mary-queen-scotsIl pezzo seguente The Ballad of Mary (Queen of Scots) è senza dubbio il più delicato dell'album, imbastito su un gentile riff di chitarra che ricorda le ballate menestrellari medioevali e su un'arioso strumentale malinconico. La Mary a cui ci si riferisce è Maria I di Scozia (1542 - 1587), conosciuta anche come Maria Stuart (o con il corrispettivo italianizzato Maria Stuarda), regina di Scozia dal 1542 al 1567 (illustrazione a destra).

Il brano si concentra sulla parte finale della vita di Maria Stuart, che ebbe una vita molto travagliata e costellata di bruschi cambiamenti e accese polemiche nei confronti della sua legittimità al trono.

Nell'eterna lotta per il controllo della Scozia, nel maggio del 1568 guidò la sua ultima battaglia contro l'Inghilterra della regina Elisabetta I (la battaglia di Langside) ma fu sconfitta e pochi giorni dopo fu arrestata dagli ufficiali della regina inglese. Seguirono quasi 19 anni di prigionia, nel corso dei quali furono organizzati molti complotti per liberarla. Nel 1586 fu istituito nei suoi confronti un processo per alto tradimento (si trattava di farle ammettere che la vera regina era Elisabetta I), ma Maria Stuart si rifiutò di negare pubblicamente il suo lignaggio regale e fu condannata a morte.

Nell'affidare l'anima a Dio prima di essere decapitata, si dice che Maria Stuart proferì la celebre frase "Nella mia fine è il mio principio". Tale profezia si avverò quando Elisabetta I morì senza lasciare eredi maschi e il trono passò a James VI di Scozia, sotto il cui regno vennero unificate le corone del Regno Unito.

L'ottava traccia, The truth, si riferisce alla riforma protestante, che iniziò ufficialmente nel 1517 con l'affissione delle Novantacinque tesi sul potere delle indulgenze sul portale della chiesa di Wittenberg (in Sassonia) a opera di Martin Lutero e si concluse soltanto nel 1648 con la stipula della Pace di Westfalia. Il brano ha un testo visionario e quasi apocalittico (la costruzione del testo ricorda a tratti il misticismo visionario di 21st century skizoid man dei King Crimson), e la costruzione musicale è dominata dal riff di chitarra, che si appoggia sul testo ampliandosi nel refrain.

JamesIEnglandIl brano successivo, Cry for freedom (James The VI) parla del regno di James VI di Scozia (come abbiamo detto conosciuto anche come James I d'Inghilterra, 1566-1625), che fu incoronato all'età di un anno dopo la morte della madre Maria I Stuart e che regnò fino alla morte (illustrazione a sinistra).

Sebbene il suo regno sia stato caratterizzato da una realtiva stabilità, la sua alleanza con la regina Elisabetta I gli causò molti problemi in Scozia, dove le frange più accese dell'indipendentismo lo accusarono di servilismo.

Curiosamente, ma perfettamente in linea con il tono di tutto l'album, il brano dei Grave Digger non si sofferma sui numerosi punti positivi della reggenza di James VI, ma pone l'accento sul suo "tradimento delle origini" ("The heritage of centuries - you did betray the blood of Bruce flowing in your veins"), e il ritmo concitato e teso del brano ben si sposa con il clima di insoddisfazione che aleggiava sia in Scozia sia in Inghilterra durante la sua reggenza, e che portò il re a dover far fronte a più di una rivolta.

Killing Time è un brano che racconta il periodo della rivolta dei Covenant presbiteriani, che ebbe il suo fulcro nel triennio tra il 1685 e il 1688 e che portò alla destituzione della famiglia Stuart. E' un brano dai tratti epici, con un ottimo inserto strumentale, che funge da ponte storico tra il brano precedente e il successivo, la celebre Rebellion (The Clans are marching), che si riferisce all'insurrezione giacobita, che infuriò per quasi sessant'anni (dal 1688 al 1746) in tutto il territorio del Regno Unito e che aveva come obiettivo la ristorazione della dinastia Stuart al trono del Regno Unito. Il brano, che è ormai considerato uno dei grandi classici della band - se non il loro capolavoro - si configura come una vera e propria marcia marziale, in cui ritroviamo ancora una volta inserti di cornamuse e di musiche tradizionali scozzesi, oltre ad un magistrale utilizzo della batteria, che in questo brano fa la parte del leone.

La rivolta giacobita fu, però, repressa nella battaglia di Culloden del 1746, celebrata nell'ultimo cantato del disco, Culloden Muir. In questa battaglia si fronteggiarono l'esercito giacobita, che supportava il diritto al trono di Charles Edward Stuart (noto con il nome di Bonnie Prince Charlie), principe in esilio, e le truppe inglesi capitanate da William Augustus, duca di Cumberland.

Sebbene le forze inglesi e giacobite fossero simili in numero, la maggior organizzazione delle truppe inglesi giocò un ruolo decisivo nell'esito della battaglia, che di fatto si concluse con la disfatta dei giacobiti (di cui almeno un terzo fu ucciso oppure ferito a morte,  e una sostanziosa parte fu catturata), e segnò la fine del sogno del ritorno degli Stuart al trono.

Il ritmo del brano è incalzante, dominato ancora una volta da un riff di chitarra a cui si accosta un'ottima linea di basso, con un trascinante crescendo sul finale che si stempera poi nel malinconico strumentale The fall of the Brave, che chiude l'album in un ipotetico addio all'indipendenza scozzese.


Tracklist

01. The Brave (intro)
02. Scotland Unite
03. The Dark of the Sun
04. William Wallace (Braveheart)
05. The Bruce (The Lion King)
06. The battle of Flodden
07. The Ballad of Mary (Queen of Scots)
08. The truth
09. Cry for freedom (James The VI)
10. Killing time
11. Rebellion (The Clans are marching)
12. Culloden Muir
13. The Fall of the Brave (outro)

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categoria:musica, storia, scozia, grave digger, tunes of war
venerdì, 18 luglio 2008
Zartosht, più conosciuto con il nome di Zoroastro, oppure ancora di Zarathustra, fu un profeta persiano vissuto intorno al settimo secolo avanti Cristo.

zarathustraLe notizie che abbiamo sulla vita di Zoroastro (qui ritratto da Raffaello Sanzio all'interno dell'opera Scuola di Atene) sono poche e incerte.

Che fosse figlio di un sacerdote è cosa certa (la carica sacerdotale nell'antica Persia era tramandata per linea di sangue), così come è certo che ad un certo punto della sua vita (qualcuno dice intorno ai vent'anni, qualcuno dice intorno ai trenta - e in questo possiamo ritrovare il simbolismo del numero 3 che spesso ricorre anche nella religione cristiana) si allontanò da Bactra e si ritirò in meditazione (alcuni dicono nel deserto - altra coincidenza con la religione cristiana) per elaborare una propria dottrina religiosa e filosofica. Tale dottrina, che prende il nome di zoroastrismo, divenne in seguito la religione ufficiale di buona parte dell'Asia, e venne soppiantata soltanto a partire dal settimo secolo dopo Cristo dall'islamismo.

Il fondamento principe della filosofia zoroastriana è la dualità dell'universo. Il dio del bene, Ahura Mazda (che significa "Signore della saggezza") è contrapposto ad Angra Mainyu ("Spirito Malvagio), il signore della violenza e delle tenebre. Il conflitto tra le due divinità supreme si traduce in un conflitto che riguarda l'intero universo. L'uomo, in quanto parte dell'universo, è chiamato a schierarsi dall'una o dall'altra parte, ben sapendo però che la strada indicata da Angra Mainyu porta al dolore e alla sofferenza.

Il cammino dell'uomo virtuoso deve essere scandito dalla regola "buon pensiero, buone parole, buone opere". Le "buone opere" includono il rispetto per la natura e per gli animali, la carità nei confronti dei deboli e dei poveri, la bontà nei confronti del prossimo e la clemenza nei giudizi.

Alla fine della vita terrena, l'anima del defunto attraversa un ponte sul quale vengono pesate le opere buone e le opere cattive, e a seconda del responso l'anima sarà destinata al Paradiso oppure all'Inferno (identificati con i concetti di gioia e pena). Alla fine dei giorni, quando il principe del Bene trionferà definitivamente sul signore del Male, vi sarà la purificazione dell'universo attraverso una "prova del fuoco" (che alcuni traducono con un'inondazione di fiamme, e altri con un bagno di metalli fusi).

Le divinità "di seconda generazione" dello zoroastrismo sono state tutte create da Ahura Mazda, e corrispondono ad elementi naturali: sole, luna, acqua, fuoco, vento, terra. Il rispetto delle divinità minori (e quindi della natura in quanto dono della divinità) è parte integrante della filosofia zoroastriana, e alla fedeltà dell'uomo a questo principio è legata indissolubilmente la sua capacità di camminare sulla via del bene.

NietzcheFotoLa comprensione della natura è anche al centro di una delle teorie filosofiche più controverse del Novecento, ovvero quella di Friedrich Nietzsche (foto a sinistra) e del suo übermensch.

Nel libro Così parlò Zarathustra (in tedesco Also sprach Zarathustra), Nietzsche si immagina il profeta persiano che ritorna dalla meditazione scendendo da una montagna e portando con sé una nuova verità da diffondere nel mondo (anche il riferimento della montagna come luogo in cui ricevere il dono della sapienza è tratto comune alle religioni, basti pensare alle tavole della legge ricevute da Mosé).

Secondo Nietzsche, il messaggio del profeta conteneva essenzialmente la "ricetta" che l'uomo avrebbe dovuto applicare per elevarsi al rango di Übermensch. Tale vocabolo, che è stato spesso erroneamente tradotto con il termine superuomo, significa oltreuomo.

L'oltreuomo di Nietzsche non è un supereroe, né un uomo migliore fisicamente o per capacità intellettive rispetto ai propri simili (e questo già basterebbe a chiarire che Nietzsche non ha mai teorizzato il superuomo nazista, ma che si tratta semplicemente della strumentalizzazione di una teoria filosofica ben più complessa di come intesa dal terzo Reich). Si tratta di un uomo che ha saputo attingere alle proprie facoltà in misura superiore agli altri, riuscendo ad eliminare il vecchio concetto dualista di bene e di male per creare in maniera critica una nuova scala di valori da seguire e in cui credere.

Secondo Nietzsche, la vita dell'uomo è intrappolata nel ciclo dell'Eterno ritorno, che potremmo sintetizzare definendola come ripetizione costante di attimi già vissuti, in applicazione del principio per cui "in un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte".

Ad esempio, se voltassimo 3 carte di un mazzo (sistema finito) per un numero infinito di volte (tempo infinito) la possibilità che si presenti la stessa combinazione di carte è infinita.

Portando questo principio sul piano della vita umana, Nietzsche afferma che l'uomo ha già vissuto le medesime esperienze un numero infinito di volte nel passato, e continuerà a viverle nel futuro.

Tale ripetizione porta irrimediabilmente ad una perdita di significato dell'esistenza stessa, che viene definito nichilismo (dal greco nihil, che significa nulla). Ebbene, l'Oltreuomo è colui che ha compreso questo circolo vizioso, e che rifiutando di assogettarsi al declino del significato della vita crea una nuova scala di valori, restituendo così dignità e significato alla vita stessa.

MR-ZarQuesto excursus filosofico è necessario per comprendere uno degli album più ambiziosi e importanti del progressive rock italiano: Zarathustra del Museo Rosenbach, pubblicato da Ricordi nel 1973.

L'album, che si compone di una suite iniziale divisa in cinque parti (riunite sotto il titolo Zarathustra) e di altri tre brani, riprende i concetti fondamentali sia dello zoroastrismo (soprattutto nella suite iniziale) sia della filosofia che Nietzsche ha espresso nel suo Così parlò Zarathustra proponendoli nella forma del concept album (ovvero l'opera musicale fondata su un unico argomento, che nei vari momenti musicali articola un discorso omogeneo), creando un'ottima sintesi delle due correnti di pensiero.

I testi, dai toni eleganti e solenni, sono magistralmente declamati dalla voce quasi epica di Stefano "Lupo" Galiffi, e scandiscono la ricerca esistenziale dell'uomo che si appresta a lasciare la propria condizione di partenza per diventare un Übermensch (tradotto con superuomo, ma si tratta di un peccato veniale). Le musiche, poderose e vitali, sono interpretate da Giancarlo Golzi (percussioni, campane, timpani e voce), Pit Corradi (mellotron, pianoforte elettrico, organo Hammond e vibrafono), Enzo Merogno (chitarre e voce) e Alberto Moreno (pianoforte e basso).

Si tratta di composizioni di ampio respiro, che nelle parti cantate assumono un importante ruolo di sostegno al testo per aprirsi poi in vasti strumentali dai toni sofferenti e gonfi di pathos, che ben si sposano con il travaglio esistenziale del racconto. Preziosi e magistrali sono i dialoghi tra chitarra elettrica e tastiere, che in più di un'occasione giocano la parte del leone, lasciando però il giusto spazio anche agli altri strumenti.

Nel suo insieme, Zarathustra si presenta come un'opera ben strutturata, complessa nei suoi rimandi e carica degli echi dei gruppi di progressive rock britannico in auge al periodo della sua composizione (King Crimson e Genesis soprattutto), pur senza perdere la sua connotazione di originalità, sia per quanto riguarda il tema sia per quanto riguarda l'elaborazione musicale. Se è vero che il processo compositivo ricorda a più riprese lo stile di Steve Hackett, è anche vero che l'elaborazione della suite iniziale è totalmente diversa dai canoni della suite anglosassone, che prevede - ad esempio - la ripresa del tema iniziale quale filo rosso all'interno della struttura del brano.

Per comprendere l'uscita in sordina di questo splendido album, dobbiamo fare un piccolo passo indietro ed entrare nell'atmosfera degli anni Settanta in Italia: in un periodo dove i maggiori gruppi musicali (emergenti e non, prog e non) erano dichiaratamente schierati a sinistra, trattare di argomenti quali la filosofia di Nietzche era più che una provocazione, si trattava di un vero e proprio affronto.

Per questo, e per la copertina ideata da Cesare Monti (un collage di fotografie tratte da riviste d'epoca - che conteneva tra le altre cose un busto di Mussolini - che andavano a formare un volto umano dai tratti mostruosi) l'album fu censurato, sia dalla RAI sia da altri organi di controllo, e il gruppo fu accusato di sostenere l'ideologia fascista, lasciando questo album in una specie di limbo durato oltre vent'anni.

Tracklist

1. Zarathustra

            I. L’ultimo uomo

            II. Il Re di ieri

            III. Al di là del bene e del male

            IV. Superuomo

            V. Il tempio delle clessidre

2. Degli uomini

3. Della natura

4. Dell’eterno ritorno

giovedì, 17 luglio 2008
L'anno scorso, in occasione di un convegno svoltosi qui a Torino sulla cultura cubana, ho avuto modo di conoscere l'opera di Salvador Gonzales Escalona, pittore e scultore cubano e principale fautore dell'opera di rivalutazione dell'ormai celebre Callejón de Hamel, una delle più celebri strade dell'Havana e ora crocevia artistico della capitale cubana.

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salvador_04Salvador Gonzales ha iniziato il progetto di Callejón de Hamel nel 1990, e opera murale dopo opera murale ha trasformato questa povera strada in un'esplosione di colori e forme, attingendo ai temi della tradizione afro cubana con particolare attenzione al misticismo e alla religione. Le opere di Salvador Gonzales sono una sapiente mescolanza di tradizione e tecnologia, colori intensi e temi della santeria si amalgamano in una continuità concettuale con le strane vasche volanti e simboli della modernità.

All'interno del vicolo trovano spazio diversi laboratori artistici e musicali, rendendolo oggi uno dei maggiori punti di interesse per i turisti e allo stesso tempo un punto di riferimento per gli artisti cubani contemporanei, dando vita ad una fucina creativa di grande portata e dai risvolti culturali interessanti, sebbene rimanga troppo poco visibile al resto del mondo.

Una interessante iniziativa per portare alla luce il mondo della cultura e del mondo artistico cubano viene da Havana Club, la nota marca di rum (anzi, ron). Per meglio sottolineare l'identificazione del prodotto con la cultura di provenienza, Havana Club ha creato un nuovo sito, Havana Cultura (lo potete trovare all'indirizzo http://www.havana-cultura.com), dedicato al mondo dell'arte cubana, sia per quanto riguarda le arti figurative, sia per la danza e per la musica.

Si tratta di un sito (completamente in inglese) ben strutturato, ricco di contenuti audio e video e di facile fruizione... quindi, se in queste sere estive volete combattere il caldo, da oggi avete una risorsa in più per tuffarvi in un mondo fresco e vitale!

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Nelle immagini: Alcune opere di Salvador Gonzales Escalona, prese dal web
postato da: iskra2306 alle ore 17:58 | Permalink | commenti
categoria:arte, marketing, cuba, salvador gonzales escalona, spulciando sul web
venerdì, 11 luglio 2008



OVVERO: DI COME ANDAI AL CONCERTO DEI JETHRO TULL
E TORNAI A CASA FELICE


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Pistoia, 5 Luglio 2008


TRACKLIST

01. My Sunday feeling
02. Living in the past
03. Serenade to a cuckoo
04. Nursie
05. A song for Jeffrey
06. We used to know
07. With you there to help me
08. A new day yesterday
09. Too old to rock 'n' roll, too young to die
10. Bourée
11. Nothing is easy

-- intervallo --

12. For a thousand mothers
13. Rocks on the road
14. Dharma for one
15. Heavy horses
16. Thick as a brick
17. Aqualung
18. Locomotive breath

La tracklist è gentilmente offerta dal signor Iskra, che ha assolto il gravoso compito di scriversi i titoli man mano che una entusiastica me stessa li dettava

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Impressioni a caldo
(così come riportate su i.a.m.r. al ritorno dalla gita toscana)


"Appena rientrata da fine settimana toscano con annesso concerto in oggetto, un po' arrossata dal sole e felice.

Qualche migliaio di persone, polizia all'ingresso che ti fa togliere i tappi alle bottiglie d'acqua (cosa che non successe nemmeno al concerto degli Anthrax, ma dico io, chi lancia bottigliette al Pistoia Blues?), famiglie con bambini, gggiovani e meno gggiovani con le magliette d'ordinanza che se li metti tutti in fila scatti una fotografia di tutta la discografia dei Jethro Tull, quarantesimo anniversario del primo disco e tanta afa.

Le canzoni volano leggere una dietro l'altra, sullo schermo alle spalle della band scivolano immagini di repertorio, scatti di concerti e vecchi articoli di giornale. Splendida scaletta, una sola incursione negli anni Novanta - accolta meno che tiepidamente - ma tutto il resto è puro Jethrostile pieno di fascino, e ti viene voglia di chiamare a gran voce il secondo ritorno sul palco ma già le note di What a wonderful world ti annunciano che è finito e che ti tocca lasciare la piazza con intrappolate nella testa e nella fotocamera una manciata di emozioni che ti accompagnano per il resto della serata."

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Impressioni a freddo

L'eterno dilemma muffosi vs ultrasonici ha secondo me una sola soluzione possibile (e questo gli fa perdere la connotazione di dilemma, ma questa è un'altra storia). Se dovessi scegliere gli ormai strafamosi dieci dischi da isola deserta da portarmi dietro in caso di disastro nucleare, sicuramente uno sarebbe un album dei Jethro Tull, e i diversi concerti del gruppo ai quali nel corso degli anni mi sono trovata ad assistere ne sono una prova.

Certo è che vedere uno tra i gruppi che più ami esibirsi in una cornice come quella di piazza duomo a Pistoia all'interno di una rassegna come il Pistoia Blues ha tutto un altro sapore. Posti a sedere, ottimo audio, un ordine che difficilmente riesci a trovare in una zona concerto, specialmente qui in Italia (e non vuole essere da spunto per sterili polemiche da dopocena, bensì una semplice affermazione).

Se a tutto questo si aggiunge che Anderson e compagni sono in splendida forma (straordinaria la performance di Martin Barre) e che il repertorio era certamente uno dei migliori che si potesse studiare (personalmente avrei evitato di inserire Rocks on the road puntando su Songs from the wood, grande assente della serata) viene da sé che si sia trattato di una serata splendida.

Ottimo il bilanciamento tra brani strumentali e pezzi cantati, grandiosa rendition di Bourée con inserti barocchi extra (se riesco a convertire la registrazione in un video di dimensioni adatte a YouTube sarò ben lieta di condividerlo). Unico neo, l'arrangiamento un po' troppo lento di With you there to help me, ma nessuno è perfetto e quindi perdoniamo questo scivolone.

Assolutamente da notare il bambino otto-novenne che stava due file dietro la mia e che all'attacco di Aqualung è salito in piedi sulla sedia e ha iniziato a cantare a squarciagola in un inglese molto fantasioso. Un vero rocker in erba. Verrebbe voglia di dare una medaglia ai genitori. Dovremmo istituire una fondazione per coltivare il gusto musicale dei giovani virgulti.

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Perdonate la scarsa qualità delle foto, di molte che ne ho fatte soltanto queste sono decenti, l'inibizione all'uso del flash è una triste realtà a cui dobbiamo nostro malgrado sottostare.

In video: I versi finali di Thick as a brick, ovviamente Iskra Production

postato da: iskra2306 alle ore 20:44 | Permalink | commenti (6)
categoria:impressioni, emozioni, concerti, jethro tull
venerdì, 04 luglio 2008
Tra poco si parte alla volta della Toscana.
Domani sera attesissimo concerto dei Jethro Tull a Pistoia.
Nel frattempo, ho deciso di perdere la dignità residua.

Il gustoso poemetto semiserio che trovate qui sotto fu scritto quasi sei anni fa.
No, non ero ubriaca - sono solo io nei miei attimi di delirio.
Spero vi piaccia, e vi faccia compagnia durante il fine settimana.

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LA DONZELLA TRAFELATA


ATTO PRIMO

 

Passeggiava l’amorosa

con un modo assai civetto

ma siccome, vanitosa,

lei soleva ornarsi il petto,

 

per mostrare una spilletta

si slacciò senza pudore

una bianca camicetta

liberando un denso afrore.

 

Mostrò al vento con baldanza

quel che mai fu in altrui mani

ed in barba alla creanza

fu inseguita da sei cani.

 

La fanciulla adescatrice

non aveva manco un osso,

verso un rivo, fuggitrice,

corse dunque a più non posso.

 

Si chinò lungo la sponda

e si rinfrescò le gote,

quand’in quella baraonda

notò un carro senza ruote.

 

Era giusto la salvezza

per l’impudica pulzella,

che con subita destrezza

vide cosa molto bella:

 

non gioielli da bramare,

ma due vecchi copertoni,

gonfi e pronti da montare

sugli appositi pignoni.

 

Lesta lesta con urgenza

delle gomme s’appropriò,

senza far la convergenza

il catorcio riassemblò.

 

Trasformata in bicicletta

- che magnifica invenzione! -

quell’inutile carretta

diventò la soluzione.

 

Or coi nuovi tubolari

correa più di Cipollini,

pedalava coi calzari

sobbalzando sui tombini.

 

Or veloce sbalza e sbuffa

-che fatica pedalare -

per scampar alla baruffa

e 'l didietro suo salvare.

 

Scarta sassi e transennini,

con un volo salta un dosso,

schiva nonno e nipotini,

ma al tornante va nel fosso.

 

Sul finir della tenzone

la raggiungon quind’i cani

e – che gran costernazione! -

i suoi sforzi rendon vani

 

La fanciulla disgraziata

delle belve le mascelle

- per fortuna era sudata ! -

bloccò infine con le ascelle

 

I levrieri, tramortiti

da quel micidial odore,

galopparon allibiti

verso le loro dimore.

 

ATTO SECONDO

 

Si rialza la donzella

mal odora e pur sgualcita,

la sua veste di flanella

abbisogna una pulita!

 

Si massaggia un poco il callo,

si riassetta il reggiseno,

poi pensando al grande ballo

lo imbottisce con il fieno

 

aumentando la misura

delle tonde proporzioni

per mostrar un po' di cura

e ricevere attenzioni.

 

Arrivata a un gran maniero

(dove v'erano le danze)

per sfuggir al cielo nero

s'infilo' in quelle stanze.

 

In un angolo solinga

stava donna assai procace,

la pulzella, un po' guardinga,

l'ammiro' con fare audace.

 

Si movea come la Fracci

- incantevole creatura! -

e sfuggiva a caldi allacci

d'un signore in armatura.

 

La fanciulla gia' di stucco

per fantastica visione

ando' al bagno, e del trucco

controllo' la situazione.

 

Sconsolata si guardava

e, pensando alla signora

che dapprima l'attizzava,

un pensiero la perfora:

 

"... e speriam che io le piaccia!

Odio andar col bellimbusto,

devo averla tra le braccia,

cosi' sol io provo gusto!"

 

Si liscio' lesta il corpetto,

tosto prese ago e ditale,

rammendo' quindi il merletto

prima di scender le scale.

 

Vide alfin lei la celeste,

si movea con passo franco,

s'aggiusto' la sottoveste

dirigendosi al suo fianco

 

Con enorme sua sorpresa

la gran dama le parlo'

e dopo un cenno d'intesa

soavemente favello':

 

"T'ho notata, sei assai bella,

sai che cosa vorrei fare?

Alzerei la tua gonnella...

vuoi con me, bel fior, scappare?"

 

La fanciulla -mammamia -

non credeva alle sue orecchie,

le pareva gran magia

che tra tutte, fresche e vecchie,

 

fosse lei la sorteggiata

per avere l' attenzione

di quella dama bramata

con lussuria ed intenzione.

 

ATTO TERZO

 

La gran dama gia’ correva

Verso suo letto d’amore,

la fanciulla gia’ fremeva

al pensier di quel calore…

 

Sistemò pizzi e merletti

mentre il cuor batteva forte,

si lisciò i bei fianchi stretti

tra laccetti e gonne corte

 

Prese allor la scala grande

(per salire al primo piano)

sistemando le mutande,

ma alla porta bussò invano.

 

Una voce dalle stanze

distraeva dal clamore

richiamando ad altre danze

la sua voluttà e l'ardore:

 

"Vieni qui, non ti attardare,

presto muoviti pulzella,

ti vorrei di già spogliare,

lesta allenta la bretella!"

 

La fanciulla che bramava

sol un bacio ed un sorriso

per le scale s'affrettava

con un fare assai deciso

 

Ma afferrata fu da un braccio

e com’ebbe volto il viso

a veder chi avesse ‘l laccio

trovò un lugubre sorriso!

 

Quattro denti aveva in bocca,

spelacchiato sulla nuca,

solo in cima avea una ciocca:

era –ahilei! – ‘l figlio del Duca!

 

“Deh lasciatemi messere,

mostro siete e vi detesto,

giù le man dal mio sedere

via da me, e fate presto!”

 

e con tal dichiarazione

la fanciulla - già infuriata -

rifilando un bel calcione

svicolò di gran volata.

 

Lo sgorbietto costernato

Tirò un poco su col naso

e frignando scoraggiato

(però non ancor dissuaso)

 

mise ‘l pollice in bocca

- si mozzò quasi ‘l respiro -

sistemò poi la sua ciocca

e, tirato un bel sospiro,

 

inscenò una lamentela

degna d’un attor sapiente,

un’insolita miscela

detta con parole attente:

 

“Voi sì me la pagherete,

so già chi vi punirà,

di baciarmi non volete…

io lo dico al mio papà!”

 

e voltandosi stizzito

prese a scender lo scalone,

certo se la legò al dito

l’anatroccolo frignone!

 

ATTO QUARTO

 

La donzella aprì la porta

Attendendo la sorpresa,

Come pargol con la torta

Pregustava già la resa…

 

ma gran colpo ebbe al petto

- diomio qual disperazione! –

quando si slacciò il corpetto

e scemò la seduzione:

 

dama avea ‘l petto villoso,

- non più donna prosperosa -

tra le gambe aveva un “coso”…

era, ahilei, tutt’altra cosa!”

 

La fanciulla andò gridando

“Che paura, che terrore!

Quella donna e’ l’Ildebrando,

travestito adescatore!”

 

Scese giù per lo scalone

Ed al fin della sua corsa,

trafelata e col fiatone

come stretta da una morsa,

 

si rinchiuse, stando male,

- le mancava la parola -

nel più bel bagno reale…

ma non si trovò da sola!

 

Incontrò difatti il Duca,

Che curava il suo malanno

Ricorrendo a un po’ di fuca

Giacché ormai - da quasi un anno –

 

Si trovava, con gran lagno

A trascorrer le giornate

Tutto ‘l tempo chiuso in bagno..

O a mangiar dell’insalate!

 

“Oh signora, come osate?

Or mi guardo e mi sovviene

- mentre voi lì mi spiate –

che a mio figlio deste pene!

 

E per somma punizione

Io vi caccio dal castello…

anche le costipazioni

mie ormai son al cancello!

 

Via da me e dalle danze,

o vi caccio con la scorta,

su, sparite dalle stanze…

e chiudete ben la porta!”

 

La donzella trafelata

- sconsolata e presa in giro-

sudaticcia e appiccicata

voltò spalle a quel ritiro

 

Dove il Duca con gran sforzo

- ed in preda a convulsioni -

espelleva il suo catorzo

con ben bassi i pantaloni.

           

La fanciulla dal livore

            Era tutta rossa in viso,

            salutò quindi’l signore

            ed andò con far deciso

 

verso la porta d’ingresso

del maniero scuro e tetro

per fuggir da quel complesso…

ma d’un tratto tornò indietro

 

ATTO QUINTO

 

Meditava una vendetta

Da gustare ancor fumante

- pensò ad una cotoletta

succulenta e ben croccante

 

poi scacciò pensieri e fame

e si dedicò all’azione -

per le sue oscure trame

ci volea concentrazione!

 

Rintracciò ‘l figlio del Duca,

lo rinchiuse – quel nasone! –

in una profonda buca

con il gran travestitone

 

e sentendo alti lamenti

- quasi fece un poco pena -

di chi prende, e non nei denti,

ridacchiò di quella scena.

 

Camminò quindi di fretta

Ed uscì da quel castello,

ritrovò la bicicletta

- le sembrava più un carrello -

 

e per riposare un poco

- e placare la sua arsura –

s’involo’, quasi per gioco,

verso una calma radura.

 

Giunse presto un cavaliere

l’armatura luccicante,

ritto e fiero sul destriere:

vinto avea battaglie tante.

 

Senza porre indugio alcuno

Tra la volontà e l’azione

domandò a quel fiore bruno

con un poco d’emozione:

 

“ Signorina, abbia pazienza,

ho bisogno un gran favore

molto pesa l’astinenza..

mi darebbe un po’ d’amore?”

 

A sentir tanto rispetto

E favella sì elegante